Il Maschio. Poesia in vernacolo sambenedettese -di Alessandro Sciarra

Questa poesia è tratta dai racconti della nonna materna che ricordava al nipote gli avvenimenti, anche tragici, della sua venuta al mondo, e della gioia della nonna paterna per la nascita del primo erede maschio.

Lu Maschie

Live ssé pupe da sopra lu litte, se noo femmene sempre te nasce …
So nate m’ezza a nu lache de sangue, e mamma mumende ce stere le zampe
la mammene nz’e sà che cazze facette e lu sangue a vergarjje rriscette
Ngh’e na coccia nera de capije, tutte n’chiavecate, la Sudendrine m’braccie mè piette,
Decette che sove porbie bille…
Manghe fusce nate lu bambenille.

 Era usanza regalare alle giovani spose delle bambole di porcellana vestite con gonne larghe di preziose fattezze, quasi a voler simboleggiare una donna incinta; esse si mettevano sopra il letto ad ornamento come auspicio di fertilità. Dato che la giovane madre aveva già partorito due femmine, la suocera, desiderosa di un erede maschio, la costrinse a togliere le bambole che ornavano il letto, perchè secondo lei erano proprio queste  a indurla a partorire solo femmine.

Live ssé pupe da sopra lu litte, se noo femmene sempre te nasce …

A quei tempi i parti si svolgevano in casa, e la sola figura di riferimento era la Levatrice (la Mammina), donna certamente con tanta esperienza e sapere, trasmesso e arricchito nel tempo. Ella era sempre in compagnia di altre donne sposate con esperienza di gravidanze e con l’immancabile figura della “Comare”. Quello della Levatrice è uno dei mestieri più antichi al mondo, che letteralmente significa tirare fuori, far emergere il neonato dal corpo della madre. Il suo compito è di assistere la donna fin dai primi mesi della gravidanza e per tutta la durata della gestazione.

So nate m’ezza a nu lache de sangue, e mamma mumende ce stere le zampe

la mammene nz’e sà che cazze facette e lu sangue a vergarjje rriscette

 Qualcosa andò storto, e la partoriente ebbe una grave emorragia, narrava la nonna che c’era un viavai di donne dalla camera con i panni intrisi di sangue e con la paura impressa nei volti, per fortuna l’emorragia fu bloccata da un dottore prontamente intervenuto.

Ngh’e na coccia nera de capije, tutte n’chiavecate, la Sudendrine m’braccie mè piette,
Decette che sove porbie bille…
Manghe fusce nate lu bambenille.

Le donne che erano nate e cresciute all’interno del “borgo antico” erano chiamate dalle paesane, Sudentrine,(provenienti da su dentro). Con una testa piena di capelli neri, ancora sporco e con il cordone ombelicale appena tagliato, la nonna lo prese in braccio e rivolgendolo al cielo esclamò: è proprio bello, neanche fosse nato Gesù Bambino (lu bambenille).

Alessandro Sciarra

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Gli Sciarra : origini marinare e non solo- di Alessandro Sciarra

21-04-94_0003.jpgLe vie per accostarsi alla ricerca delle fonti storiche non partono sempre dagli stessi punti di origine culturale, anzi, molto spesso, esse iniziano solo da curiosità legate ad un passato che in qualche modo ci riguarda in prima persona. E’ il mio caso, in quanto porto il cognome degli “Sciarra” e il presente studio riguarda appunto un’indagine documentaria sulle famiglie Sciarra che appaiono nel nostro territorio. Si tratta, nel caso degli “Sciarra”, di un nome assai diffuso in Italia e molto probabilmente legato a fenomeni di gemmazione autonomi di ceppi con questo designante che qualcuno ha voluto indicare in una derivazione linguistica tardo-antica, proveniente dall’immediato oriente adriatico.

Lo “Sciarra” della mia famiglia, con qualche audace forma di derivazione, veniva un tempo collegato al famoso Sciarra Colonna che ebbe a schiaffeggiare il Papa: in questo senso ho vivo il ricordo di un parente, Sciarra Luigi (detto “Pappuà” per la sua militanza nella Legione Straniera in Indocina), il quale amava ripetere ogni volta che mi incontrava, con malcelato orgoglio: Parè, nuije sceme pijate a shiaffe lu Pape! Salvo alcuni documenti che indicano uno Sciarra Colonna in Ascoli, non abbiamo attestati inequivocabili della derivazione degli altri da questo primo epigono, Podestà e Capitano del Popolo i primi anni del XIV secolo. Gli Sciarra vissuti a cavallo del confine tra le Marche e Abruzzo, sono riconducibili a diversi ceppi: quelli abruzzesi, quello fermano-acquavivano  e quello sambenedettese. A me, in questa sede, preme riferire solo su quest’ultimo. Ho avuto modo di indagare anche su altri sparsi in Italia e di solito ho appurato la loro comparsa, con questo designante, assai più tardi rispetto agli “Sciarra” della storia più grande, e tutti mutuati da un soprannome. Rinunciare a parlare degli Sciarra di Acquaviva-Fermo mi costa sacrificio, perché così facendo rimetto in discussione il legame ipotizzato inizialmente nella mia ricerca con quello di S. Benedetto ed anche perché essi hanno a lungo coperto spazi e responsabilità nel nostro territorio, anche con attività importanti legate al mare, con personaggi che hanno assunto ruoli e poteri di rilievo nell’ambito dello Stato Fermano di natura civile ed ecclesiastica. Purtroppo la correttezza scientifica m’impone questa limitazione, in attesa di eventuali successivi riscontri.

Degli Sciarra di S. Benedetto abbiamo il primo segnale nel libro dei Battezzati e Cresimati del 1682-1713 della parrocchia di S. Benedetto, dove troviamo Michele figlio di Nicola alias il Candiotto di Candia e di Lucrezia del qm Nicola Sciarra di San Benedetto. Questa Lucrezia la ritroveremo in moltissime registrazioni di nascite come madrina e soprattutto come ostetrica. Il 24 luglio 1697 Donna Maria, vedova del qm Marco Guidini, ostetrica, battezza in pericolo di vita Jacobo-Gioanni di Marco qm Nicola e di donna Tecla qm Giovanni. Altro segnale lo ritroviamo a Fermo dove Antonia e Francesco del qm Nicola Sciarra chiedono ed ottengono in affido all’Ospedale S. Maria della Carità  una bimba di otto anni di nome Anastasia. Un quadro più chiaro sulle discendenze lo troviamo nel “libro delle anime” del 1728  dove risulta un Marco del qm Nicola Sciarra “Partioniere” e sua moglie Tecla, con i figli Nicola (marinaio) e la moglie Carmelitana, Giovanni e Felice sua moglie, Filippo con Carmelitana sua moglie. Quindi la storia si dipana da quel primo Marco figlio di Nicola sino a noi, con individui legati ai mestieri sul mare, ma anche con altri che si differenziano per vocazione e professione. Si avranno tra l’altro sacerdoti, medici, maestri e direttori di banca. All’interno di queste discendenze si caratterizzano alcuni rami, come quello di un Giuseppe (1823), detto “lu Verzelli”, con i suoi undici figli che entra a far parte dei nuclei più rappresentativi della demografia paesana e che avrà nel “Caffè Sciarra”, cuore cittadino, il luogo di affermazione ed ispirazione per altre vie d’impresa.

Il mare resta comunque la frontiera sulla quale gli Sciarra troveranno numericamente e qualitativamente la massima espressione delle loro scelte anche con emigrazioni fuori del nostro territorio, in Italia e all’estero. Emblematica è quella che fa capo a Pasquale (1841) e Giuseppe (1835), figli di secondo letto di Nicola (1792) di Silvestro, i quali si trasferiscono nei primi decenni del XIX secolo insieme ad altri pescatori sambenedettesi sulle coste tirrene dello Stato Pontificio e da qui non faranno più ritorno, dando luogo ad altre dinastie di pescatori e marinai ad Anzio, Civitavecchia, Terracina. Alcuni esponenti, per non aver prestato servizio militare nella leva sabauda dopo il 1860, rimasti in territorio e acque ancora papaline, al loro rientro verranno accusati di diserzione, ma poi riusciranno, chiarito l’equivoco, a stabilirsi definitivamente dall’altra parte della penisola. Le fonti documentarie pubbliche ed ecclesiastiche, dei diversi periodi, ci restituiscono un’infinità di testimonianze di Marinai, Pescatori, Paroni ovvero proprietari di barche, appartenenti alla famiglia degli Sciarra, che si spinge sino ai nostri giorni con alcuni, ancora oggi, impegnati in mestieri legati al mare. La ricerca condotta su queste presenze, che ha richiesto oltre un decennio di applicazione e che non è ancora conclusa, passa attraverso contratti di società di negozio e di pesca con barche, permute, acquisti di magazzeni e case, sia nel vecchio incasato del Paese Alto sia in quello che man mano si sta formando alla Marina. Via dei Pescivendoli, l’attuale via XX settembre diventerà il loro quartiere. Inizialmente, diversi Sciarra, non disdegnano contratti per coltivare appezzamenti di terra in enfiteusi, i cosiddetti “relitti del mare”. Naturalmente, anche le donne percorrono le stesse vie, andando spose a marinai o maschi dell’ambiente marinaro della costa picena, per cui gli Sciarra costituiscono uno degli elementi portanti del tessuto demografico sambenedettese con matrimoni e rapporti di parentele, non sempre idilliaci per vie di controversie che riguardano eredità dei loro modesti patrimoni immobiliari. Si scoprirà che sono proprio queste vicende a mettere in evidenza il sommerso di quel passato così intriso di umanità.

Troviamo gli Sciarra elencati nel novero dei possessori di paranze tra la seconda metà del XVIII secolo e la fine del XIX, e spesso sono i più numerosi ed i più attivi in costruzioni e permute, in raccolte di fidejussioni e conseguimento di prestiti nel compito precario di portare avanti imprese di negozi per mare e di pesca, meritando fiducia ed affrancandosi gradualmente, non arretrando di fronte al bisogno di impegnare i propri beni e le proprie abitazioni costruite con tanti sacrifici. Non di rado ricoprono incarichi nella rappresentanza municipale pur continuando ad avere rapporti con il mare. Non mancano vicende di simpatica trasgressione nei confronti delle norme vigenti, soprattutto quando per i loro mestieri devono spingersi lungo le coste del Regno di Napoli, come del resto non mancano drammi, lutti in mare, catture da parte dei barbareschi, distacchi dal suolo natio per trovare fortuna lontano dal lido sambenedettese, in un succedersi di sempre rinnovati impegni per la sopravvivenza propria e delle loro famiglie, senza mai arrendersi di fronte alla sorte avversa. Una schiera di protagonisti che hanno fatto la storia di queste contrade, che probabilmente hanno avuto i loro progenitori provenienti da altri lidi per via di mare e che per via di mare o di terra hanno ripreso il cammino per altre frontiere del lavoro, come è accaduto a molte delle famiglie della costa picena.