Gli Sciarra : origini marinare e non solo- di Alessandro Sciarra

21-04-94_0003.jpgLe vie per accostarsi alla ricerca delle fonti storiche non partono sempre dagli stessi punti di origine culturale, anzi, molto spesso, esse iniziano solo da curiosità legate ad un passato che in qualche modo ci riguarda in prima persona. E’ il mio caso, in quanto porto il cognome degli “Sciarra” e il presente studio riguarda appunto un’indagine documentaria sulle famiglie Sciarra che appaiono nel nostro territorio. Si tratta, nel caso degli “Sciarra”, di un nome assai diffuso in Italia e molto probabilmente legato a fenomeni di gemmazione autonomi di ceppi con questo designante che qualcuno ha voluto indicare in una derivazione linguistica tardo-antica, proveniente dall’immediato oriente adriatico.

Lo “Sciarra” della mia famiglia, con qualche audace forma di derivazione, veniva un tempo collegato al famoso Sciarra Colonna che ebbe a schiaffeggiare il Papa: in questo senso ho vivo il ricordo di un parente, Sciarra Luigi (detto “Pappuà” per la sua militanza nella Legione Straniera in Indocina), il quale amava ripetere ogni volta che mi incontrava, con malcelato orgoglio: Parè, nuije sceme pijate a shiaffe lu Pape! Salvo alcuni documenti che indicano uno Sciarra Colonna in Ascoli, non abbiamo attestati inequivocabili della derivazione degli altri da questo primo epigono, Podestà e Capitano del Popolo i primi anni del XIV secolo. Gli Sciarra vissuti a cavallo del confine tra le Marche e Abruzzo, sono riconducibili a diversi ceppi: quelli abruzzesi, quello fermano-acquavivano  e quello sambenedettese. A me, in questa sede, preme riferire solo su quest’ultimo. Ho avuto modo di indagare anche su altri sparsi in Italia e di solito ho appurato la loro comparsa, con questo designante, assai più tardi rispetto agli “Sciarra” della storia più grande, e tutti mutuati da un soprannome. Rinunciare a parlare degli Sciarra di Acquaviva-Fermo mi costa sacrificio, perché così facendo rimetto in discussione il legame ipotizzato inizialmente nella mia ricerca con quello di S. Benedetto ed anche perché essi hanno a lungo coperto spazi e responsabilità nel nostro territorio, anche con attività importanti legate al mare, con personaggi che hanno assunto ruoli e poteri di rilievo nell’ambito dello Stato Fermano di natura civile ed ecclesiastica. Purtroppo la correttezza scientifica m’impone questa limitazione, in attesa di eventuali successivi riscontri.

Degli Sciarra di S. Benedetto abbiamo il primo segnale nel libro dei Battezzati e Cresimati del 1682-1713 della parrocchia di S. Benedetto, dove troviamo Michele figlio di Nicola alias il Candiotto di Candia e di Lucrezia del qm Nicola Sciarra di San Benedetto. Questa Lucrezia la ritroveremo in moltissime registrazioni di nascite come madrina e soprattutto come ostetrica. Il 24 luglio 1697 Donna Maria, vedova del qm Marco Guidini, ostetrica, battezza in pericolo di vita Jacobo-Gioanni di Marco qm Nicola e di donna Tecla qm Giovanni. Altro segnale lo ritroviamo a Fermo dove Antonia e Francesco del qm Nicola Sciarra chiedono ed ottengono in affido all’Ospedale S. Maria della Carità  una bimba di otto anni di nome Anastasia. Un quadro più chiaro sulle discendenze lo troviamo nel “libro delle anime” del 1728  dove risulta un Marco del qm Nicola Sciarra “Partioniere” e sua moglie Tecla, con i figli Nicola (marinaio) e la moglie Carmelitana, Giovanni e Felice sua moglie, Filippo con Carmelitana sua moglie. Quindi la storia si dipana da quel primo Marco figlio di Nicola sino a noi, con individui legati ai mestieri sul mare, ma anche con altri che si differenziano per vocazione e professione. Si avranno tra l’altro sacerdoti, medici, maestri e direttori di banca. All’interno di queste discendenze si caratterizzano alcuni rami, come quello di un Giuseppe (1823), detto “lu Verzelli”, con i suoi undici figli che entra a far parte dei nuclei più rappresentativi della demografia paesana e che avrà nel “Caffè Sciarra”, cuore cittadino, il luogo di affermazione ed ispirazione per altre vie d’impresa.

Il mare resta comunque la frontiera sulla quale gli Sciarra troveranno numericamente e qualitativamente la massima espressione delle loro scelte anche con emigrazioni fuori del nostro territorio, in Italia e all’estero. Emblematica è quella che fa capo a Pasquale (1841) e Giuseppe (1835), figli di secondo letto di Nicola (1792) di Silvestro, i quali si trasferiscono nei primi decenni del XIX secolo insieme ad altri pescatori sambenedettesi sulle coste tirrene dello Stato Pontificio e da qui non faranno più ritorno, dando luogo ad altre dinastie di pescatori e marinai ad Anzio, Civitavecchia, Terracina. Alcuni esponenti, per non aver prestato servizio militare nella leva sabauda dopo il 1860, rimasti in territorio e acque ancora papaline, al loro rientro verranno accusati di diserzione, ma poi riusciranno, chiarito l’equivoco, a stabilirsi definitivamente dall’altra parte della penisola. Le fonti documentarie pubbliche ed ecclesiastiche, dei diversi periodi, ci restituiscono un’infinità di testimonianze di Marinai, Pescatori, Paroni ovvero proprietari di barche, appartenenti alla famiglia degli Sciarra, che si spinge sino ai nostri giorni con alcuni, ancora oggi, impegnati in mestieri legati al mare. La ricerca condotta su queste presenze, che ha richiesto oltre un decennio di applicazione e che non è ancora conclusa, passa attraverso contratti di società di negozio e di pesca con barche, permute, acquisti di magazzeni e case, sia nel vecchio incasato del Paese Alto sia in quello che man mano si sta formando alla Marina. Via dei Pescivendoli, l’attuale via XX settembre diventerà il loro quartiere. Inizialmente, diversi Sciarra, non disdegnano contratti per coltivare appezzamenti di terra in enfiteusi, i cosiddetti “relitti del mare”. Naturalmente, anche le donne percorrono le stesse vie, andando spose a marinai o maschi dell’ambiente marinaro della costa picena, per cui gli Sciarra costituiscono uno degli elementi portanti del tessuto demografico sambenedettese con matrimoni e rapporti di parentele, non sempre idilliaci per vie di controversie che riguardano eredità dei loro modesti patrimoni immobiliari. Si scoprirà che sono proprio queste vicende a mettere in evidenza il sommerso di quel passato così intriso di umanità.

Troviamo gli Sciarra elencati nel novero dei possessori di paranze tra la seconda metà del XVIII secolo e la fine del XIX, e spesso sono i più numerosi ed i più attivi in costruzioni e permute, in raccolte di fidejussioni e conseguimento di prestiti nel compito precario di portare avanti imprese di negozi per mare e di pesca, meritando fiducia ed affrancandosi gradualmente, non arretrando di fronte al bisogno di impegnare i propri beni e le proprie abitazioni costruite con tanti sacrifici. Non di rado ricoprono incarichi nella rappresentanza municipale pur continuando ad avere rapporti con il mare. Non mancano vicende di simpatica trasgressione nei confronti delle norme vigenti, soprattutto quando per i loro mestieri devono spingersi lungo le coste del Regno di Napoli, come del resto non mancano drammi, lutti in mare, catture da parte dei barbareschi, distacchi dal suolo natio per trovare fortuna lontano dal lido sambenedettese, in un succedersi di sempre rinnovati impegni per la sopravvivenza propria e delle loro famiglie, senza mai arrendersi di fronte alla sorte avversa. Una schiera di protagonisti che hanno fatto la storia di queste contrade, che probabilmente hanno avuto i loro progenitori provenienti da altri lidi per via di mare e che per via di mare o di terra hanno ripreso il cammino per altre frontiere del lavoro, come è accaduto a molte delle famiglie della costa picena.

 

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Alla scoperta delle nostre origini – di Alessandro Sciarra

Il metodo  più sicuro per la ricerca delle proprie origini è certamente quello della consultazione degli archivi dell’Anagrafe, dello stato Civile e Parrocchiali, partendo da alcune certezze temporali come ad esempio la data di nascita del nonno e il nome e cognome della nonna. E’ sconsigliabile rivolgersi a una delle tante agenzie che in cambio di laute parcelle forniscono ricostruzioni spesso fantasiose sulla provenienza della famiglia e sull’acquisizione del cognome, fornendo stemmi araldici talvolta immaginari.

Dobbiamo sapere che l’uso del cognome era inizialmente prerogativa di famiglie Feudali o di Reggimento, mentre per i ceti sociali più modesti l’uso del secondo nome si rese indispensabile nel momento in cui la ripetizione dei nomi rendeva impossibile stabilire il ceppo familiare di appartenenza. Così molti ceppi familiari iniziarono a essere individuati tramite il soprannome, oppure indicando la professione, il luogo di provenienza o più semplicemente la paternità, o addirittura il colore dei capelli o della pelle così da poter identificare tutti gli individui appartenenti alla medesima discendenza con un secondo nome, “il cognome”. ( Giovanni alias il Roscio, Giuseppe di Francesco, Giovanni il Fanese, Ludovico il Panettiere).

Consultando gli archivi dell’Anagrafe si può risalire, andando a ritroso di padre in figlio, fino agli inizi dell’800, dato che quest’archivio è stato formato dopo l’unità d’Italia (1860). L’Anagrafe ha ricalcato il modello adottato dai parroci subito dopo il concilio di Trento (1545-63), il quale istituì l’obbligo da parte delle chiese con cura delle anime (Parrocchie), di registrare in appositi libri tutti i Battesimi, Matrimoni e Morti. Da notare che la registrazione delle morti in molte Parrocchie è iniziata 20/30 anni dopo le altre.

Nella registrazione del battesimo il rituale prevedeva che fossero indicati la data del battesimo, il nome del parroco, la chiesa nella quale si celebrava il rito, la data di nascita del battezzato e l’ora, il nome dei genitori e la loro parrocchia di appartenenza, i nomi scelti per il battezzato, le generalità del padrino e della madrina e la loro parrocchia di appartenenza. Spesso è indicato anche il nome del genitore del padre oltre al cognome della madre, elementi che sicuramente aiutano ad evitare confusione nella frequente ripetizione di nomi simili. Inoltre al fine di mettere in evidenza il nome del battezzato, esso veniva riscritto ed evidenziato sul lato sinistro della registrazione.

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Registrazione di nascita del 1834

Altro strumento importantissimo, laddove le Parrocchie ne abbiano ancora la disponibilità, è sicuramente il libro degli “Stati delle Anime”. Durante la visita da parte del Parroco in occasione della benedizione Pasquale, venivano registrati o aggiornati in questo libro tutti i nuclei familiari, in modo così dettagliato che oltre ad essere riportato il ruolo di ciascun membro all’interno della famiglia, era indicata la paternità, la data di nascita, la professione, il soprannome, veniva annotato se durante quell’anno si erano confessati, erano stati cresimati, e se erano andati a messa. Altra fonte di notizie è il registro dove il parroco annotava le eventuali dispense del vescovo a matrimoni tra consanguinei di seconda e terza generazione, cosa molto frequente dovuta all’isolamento dei piccoli paesi.

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Libro degli Stati delle Anime del 1734

Ricapitolando, per affrontare questo tipo di ricerca non occorrono grandi doti specifiche, ma sicuramente tanta perseveranza, fortuna, e, perché no, detto fra noi, anche qualche buona raccomandazione che possa agevolare il ricercatore alla consultazione dei libri parrocchiali; cosa che ormai è diventata molto difficile per la scarsa disponibilità dei Parroci, che possono facilmente rifiutarsi di concedere il permesso per motivi di tempo, di privacy e per ultimo, ma molto importante, per motivi legati alla conservazione degli antichi volumi che sempre più spesso sono stati oggetto di vandalismi da parte di ricercatori irresponsabili. Anche con l’Anagrafe potreste trovare delle difficoltà legate al fatto che non tutti i Comuni hanno provveduto alla digitalizzazione della vecchia documentazione anagrafica, costringendo così gli impiegati a dover compiere la ricerca manualmente, cosa che oltre a richiedere parecchio tempo presuppone anche che l’operatore si sappia destreggiare in archivi spesso delocalizzati dal luogo di lavoro.