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Alla scoperta delle nostre origini – di Alessandro Sciarra

Il metodo  più sicuro per la ricerca delle proprie origini è certamente quello della consultazione degli archivi dell’Anagrafe, dello stato Civile e Parrocchiali, partendo da alcune certezze temporali come ad esempio la data di nascita del nonno e il nome e cognome della nonna. E’ sconsigliabile rivolgersi a una delle tante agenzie che in cambio di laute parcelle forniscono ricostruzioni spesso fantasiose sulla provenienza della famiglia e sull’acquisizione del cognome, fornendo stemmi araldici talvolta immaginari.

Dobbiamo sapere che l’uso del cognome era inizialmente prerogativa di famiglie Feudali o di Reggimento, mentre per i ceti sociali più modesti l’uso del secondo nome si rese indispensabile nel momento in cui la ripetizione dei nomi rendeva impossibile stabilire il ceppo familiare di appartenenza. Così molti ceppi familiari iniziarono a essere individuati tramite il soprannome, oppure indicando la professione, il luogo di provenienza o più semplicemente la paternità, o addirittura il colore dei capelli o della pelle così da poter identificare tutti gli individui appartenenti alla medesima discendenza con un secondo nome, “il cognome”. ( Giovanni alias il Roscio, Giuseppe di Francesco, Giovanni il Fanese, Ludovico il Panettiere).

Consultando gli archivi dell’Anagrafe si può risalire, andando a ritroso di padre in figlio, fino agli inizi dell’800, dato che quest’archivio è stato formato dopo l’unità d’Italia (1860). L’Anagrafe ha ricalcato il modello adottato dai parroci subito dopo il concilio di Trento (1545-63), il quale istituì l’obbligo da parte delle chiese con cura delle anime (Parrocchie), di registrare in appositi libri tutti i Battesimi, Matrimoni e Morti. Da notare che la registrazione delle morti in molte Parrocchie è iniziata 20/30 anni dopo le altre.

Nella registrazione del battesimo il rituale prevedeva che fossero indicati la data del battesimo, il nome del parroco, la chiesa nella quale si celebrava il rito, la data di nascita del battezzato e l’ora, il nome dei genitori e la loro parrocchia di appartenenza, i nomi scelti per il battezzato, le generalità del padrino e della madrina e la loro parrocchia di appartenenza. Spesso è indicato anche il nome del genitore del padre oltre al cognome della madre, elementi che sicuramente aiutano ad evitare confusione nella frequente ripetizione di nomi simili. Inoltre al fine di mettere in evidenza il nome del battezzato, esso veniva riscritto ed evidenziato sul lato sinistro della registrazione.

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Registrazione di nascita del 1834

Altro strumento importantissimo, laddove le Parrocchie ne abbiano ancora la disponibilità, è sicuramente il libro degli “Stati delle Anime”. Durante la visita da parte del Parroco in occasione della benedizione Pasquale, venivano registrati o aggiornati in questo libro tutti i nuclei familiari, in modo così dettagliato che oltre ad essere riportato il ruolo di ciascun membro all’interno della famiglia, era indicata la paternità, la data di nascita, la professione, il soprannome, veniva annotato se durante quell’anno si erano confessati, erano stati cresimati, e se erano andati a messa. Altra fonte di notizie è il registro dove il parroco annotava le eventuali dispense del vescovo a matrimoni tra consanguinei di seconda e terza generazione, cosa molto frequente dovuta all’isolamento dei piccoli paesi.

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Libro degli Stati delle Anime del 1734

Ricapitolando, per affrontare questo tipo di ricerca non occorrono grandi doti specifiche, ma sicuramente tanta perseveranza, fortuna, e, perché no, detto fra noi, anche qualche buona raccomandazione che possa agevolare il ricercatore alla consultazione dei libri parrocchiali; cosa che ormai è diventata molto difficile per la scarsa disponibilità dei Parroci, che possono facilmente rifiutarsi di concedere il permesso per motivi di tempo, di privacy e per ultimo, ma molto importante, per motivi legati alla conservazione degli antichi volumi che sempre più spesso sono stati oggetto di vandalismi da parte di ricercatori irresponsabili. Anche con l’Anagrafe potreste trovare delle difficoltà legate al fatto che non tutti i Comuni hanno provveduto alla digitalizzazione della vecchia documentazione anagrafica, costringendo così gli impiegati a dover compiere la ricerca manualmente, cosa che oltre a richiedere parecchio tempo presuppone anche che l’operatore si sappia destreggiare in archivi spesso delocalizzati dal luogo di lavoro.

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Il Maschio. Poesia in vernacolo sambenedettese -di Alessandro Sciarra

Questa poesia è tratta dai racconti della nonna materna che ricordava al nipote gli avvenimenti, anche tragici, della sua venuta al mondo, e della gioia della nonna paterna per la nascita del primo erede maschio.

Lu Maschie

Live ssé pupe da sopra lu litte, se noo femmene sempre te nasce …
So nate m’ezza a nu lache de sangue, e mamma mumende ce stere le zampe
la mammene nz’e sà che cazze facette e lu sangue a vergarjje rriscette
Ngh’e na coccia nera de capije, tutte n’chiavecate, la Sudendrine m’braccie mè piette,
Decette che sove porbie bille…
Manghe fusce nate lu bambenille.

 Era usanza regalare alle giovani spose delle bambole di porcellana vestite con gonne larghe di preziose fattezze, quasi a voler simboleggiare una donna incinta; esse si mettevano sopra il letto ad ornamento come auspicio di fertilità. Dato che la giovane madre aveva già partorito due femmine, la suocera, desiderosa di un erede maschio, la costrinse a togliere le bambole che ornavano il letto, perchè secondo lei erano proprio queste  a indurla a partorire solo femmine.

Live ssé pupe da sopra lu litte, se noo femmene sempre te nasce …

A quei tempi i parti si svolgevano in casa, e la sola figura di riferimento era la Levatrice (la Mammina), donna certamente con tanta esperienza e sapere, trasmesso e arricchito nel tempo. Ella era sempre in compagnia di altre donne sposate con esperienza di gravidanze e con l’immancabile figura della “Comare”. Quello della Levatrice è uno dei mestieri più antichi al mondo, che letteralmente significa tirare fuori, far emergere il neonato dal corpo della madre. Il suo compito è di assistere la donna fin dai primi mesi della gravidanza e per tutta la durata della gestazione.

So nate m’ezza a nu lache de sangue, e mamma mumende ce stere le zampe

la mammene nz’e sà che cazze facette e lu sangue a vergarjje rriscette

 Qualcosa andò storto, e la partoriente ebbe una grave emorragia, narrava la nonna che c’era un viavai di donne dalla camera con i panni intrisi di sangue e con la paura impressa nei volti, per fortuna l’emorragia fu bloccata da un dottore prontamente intervenuto.

Ngh’e na coccia nera de capije, tutte n’chiavecate, la Sudendrine m’braccie mè piette,
Decette che sove porbie bille…
Manghe fusce nate lu bambenille.

Le donne che erano nate e cresciute all’interno del “borgo antico” erano chiamate dalle paesane, Sudentrine,(provenienti da su dentro). Con una testa piena di capelli neri, ancora sporco e con il cordone ombelicale appena tagliato, la nonna lo prese in braccio e rivolgendolo al cielo esclamò: è proprio bello, neanche fosse nato Gesù Bambino (lu bambenille).

Alessandro Sciarra

Gli Sciarra : origini marinare e non solo- di Alessandro Sciarra

21-04-94_0003.jpgLe vie per accostarsi alla ricerca delle fonti storiche non partono sempre dagli stessi punti di origine culturale, anzi, molto spesso, esse iniziano solo da curiosità legate ad un passato che in qualche modo ci riguarda in prima persona. E’ il mio caso, in quanto porto il cognome degli “Sciarra” e il presente studio riguarda appunto un’indagine documentaria sulle famiglie Sciarra che appaiono nel nostro territorio. Si tratta, nel caso degli “Sciarra”, di un nome assai diffuso in Italia e molto probabilmente legato a fenomeni di gemmazione autonomi di ceppi con questo designante che qualcuno ha voluto indicare in una derivazione linguistica tardo-antica, proveniente dall’immediato oriente adriatico.

Lo “Sciarra” della mia famiglia, con qualche audace forma di derivazione, veniva un tempo collegato al famoso Sciarra Colonna che ebbe a schiaffeggiare il Papa: in questo senso ho vivo il ricordo di un parente, Sciarra Luigi (detto “Pappuà” per la sua militanza nella Legione Straniera in Indocina), il quale amava ripetere ogni volta che mi incontrava, con malcelato orgoglio: Parè, nuije sceme pijate a shiaffe lu Pape! Salvo alcuni documenti che indicano uno Sciarra Colonna in Ascoli, non abbiamo attestati inequivocabili della derivazione degli altri da questo primo epigono, Podestà e Capitano del Popolo i primi anni del XIV secolo. Gli Sciarra vissuti a cavallo del confine tra le Marche e Abruzzo, sono riconducibili a diversi ceppi: quelli abruzzesi, quello fermano-acquavivano  e quello sambenedettese. A me, in questa sede, preme riferire solo su quest’ultimo. Ho avuto modo di indagare anche su altri sparsi in Italia e di solito ho appurato la loro comparsa, con questo designante, assai più tardi rispetto agli “Sciarra” della storia più grande, e tutti mutuati da un soprannome. Rinunciare a parlare degli Sciarra di Acquaviva-Fermo mi costa sacrificio, perché così facendo rimetto in discussione il legame ipotizzato inizialmente nella mia ricerca con quello di S. Benedetto ed anche perché essi hanno a lungo coperto spazi e responsabilità nel nostro territorio, anche con attività importanti legate al mare, con personaggi che hanno assunto ruoli e poteri di rilievo nell’ambito dello Stato Fermano di natura civile ed ecclesiastica. Purtroppo la correttezza scientifica m’impone questa limitazione, in attesa di eventuali successivi riscontri.

Degli Sciarra di S. Benedetto abbiamo il primo segnale nel libro dei Battezzati e Cresimati del 1682-1713 della parrocchia di S. Benedetto, dove troviamo Michele figlio di Nicola alias il Candiotto di Candia e di Lucrezia del qm Nicola Sciarra di San Benedetto. Questa Lucrezia la ritroveremo in moltissime registrazioni di nascite come madrina e soprattutto come ostetrica. Il 24 luglio 1697 Donna Maria, vedova del qm Marco Guidini, ostetrica, battezza in pericolo di vita Jacobo-Gioanni di Marco qm Nicola e di donna Tecla qm Giovanni. Altro segnale lo ritroviamo a Fermo dove Antonia e Francesco del qm Nicola Sciarra chiedono ed ottengono in affido all’Ospedale S. Maria della Carità  una bimba di otto anni di nome Anastasia. Un quadro più chiaro sulle discendenze lo troviamo nel “libro delle anime” del 1728  dove risulta un Marco del qm Nicola Sciarra “Partioniere” e sua moglie Tecla, con i figli Nicola (marinaio) e la moglie Carmelitana, Giovanni e Felice sua moglie, Filippo con Carmelitana sua moglie. Quindi la storia si dipana da quel primo Marco figlio di Nicola sino a noi, con individui legati ai mestieri sul mare, ma anche con altri che si differenziano per vocazione e professione. Si avranno tra l’altro sacerdoti, medici, maestri e direttori di banca. All’interno di queste discendenze si caratterizzano alcuni rami, come quello di un Giuseppe (1823), detto “lu Verzelli”, con i suoi undici figli che entra a far parte dei nuclei più rappresentativi della demografia paesana e che avrà nel “Caffè Sciarra”, cuore cittadino, il luogo di affermazione ed ispirazione per altre vie d’impresa.

Il mare resta comunque la frontiera sulla quale gli Sciarra troveranno numericamente e qualitativamente la massima espressione delle loro scelte anche con emigrazioni fuori del nostro territorio, in Italia e all’estero. Emblematica è quella che fa capo a Pasquale (1841) e Giuseppe (1835), figli di secondo letto di Nicola (1792) di Silvestro, i quali si trasferiscono nei primi decenni del XIX secolo insieme ad altri pescatori sambenedettesi sulle coste tirrene dello Stato Pontificio e da qui non faranno più ritorno, dando luogo ad altre dinastie di pescatori e marinai ad Anzio, Civitavecchia, Terracina. Alcuni esponenti, per non aver prestato servizio militare nella leva sabauda dopo il 1860, rimasti in territorio e acque ancora papaline, al loro rientro verranno accusati di diserzione, ma poi riusciranno, chiarito l’equivoco, a stabilirsi definitivamente dall’altra parte della penisola. Le fonti documentarie pubbliche ed ecclesiastiche, dei diversi periodi, ci restituiscono un’infinità di testimonianze di Marinai, Pescatori, Paroni ovvero proprietari di barche, appartenenti alla famiglia degli Sciarra, che si spinge sino ai nostri giorni con alcuni, ancora oggi, impegnati in mestieri legati al mare. La ricerca condotta su queste presenze, che ha richiesto oltre un decennio di applicazione e che non è ancora conclusa, passa attraverso contratti di società di negozio e di pesca con barche, permute, acquisti di magazzeni e case, sia nel vecchio incasato del Paese Alto sia in quello che man mano si sta formando alla Marina. Via dei Pescivendoli, l’attuale via XX settembre diventerà il loro quartiere. Inizialmente, diversi Sciarra, non disdegnano contratti per coltivare appezzamenti di terra in enfiteusi, i cosiddetti “relitti del mare”. Naturalmente, anche le donne percorrono le stesse vie, andando spose a marinai o maschi dell’ambiente marinaro della costa picena, per cui gli Sciarra costituiscono uno degli elementi portanti del tessuto demografico sambenedettese con matrimoni e rapporti di parentele, non sempre idilliaci per vie di controversie che riguardano eredità dei loro modesti patrimoni immobiliari. Si scoprirà che sono proprio queste vicende a mettere in evidenza il sommerso di quel passato così intriso di umanità.

Troviamo gli Sciarra elencati nel novero dei possessori di paranze tra la seconda metà del XVIII secolo e la fine del XIX, e spesso sono i più numerosi ed i più attivi in costruzioni e permute, in raccolte di fidejussioni e conseguimento di prestiti nel compito precario di portare avanti imprese di negozi per mare e di pesca, meritando fiducia ed affrancandosi gradualmente, non arretrando di fronte al bisogno di impegnare i propri beni e le proprie abitazioni costruite con tanti sacrifici. Non di rado ricoprono incarichi nella rappresentanza municipale pur continuando ad avere rapporti con il mare. Non mancano vicende di simpatica trasgressione nei confronti delle norme vigenti, soprattutto quando per i loro mestieri devono spingersi lungo le coste del Regno di Napoli, come del resto non mancano drammi, lutti in mare, catture da parte dei barbareschi, distacchi dal suolo natio per trovare fortuna lontano dal lido sambenedettese, in un succedersi di sempre rinnovati impegni per la sopravvivenza propria e delle loro famiglie, senza mai arrendersi di fronte alla sorte avversa. Una schiera di protagonisti che hanno fatto la storia di queste contrade, che probabilmente hanno avuto i loro progenitori provenienti da altri lidi per via di mare e che per via di mare o di terra hanno ripreso il cammino per altre frontiere del lavoro, come è accaduto a molte delle famiglie della costa picena.

 

Il Colera Morbus a San Benedetto del Tronto 1854-55 – di Alessandro Sciarra

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Il Colera o “Morbo Asiatico” fu importato dalle zone asiatiche, soprattutto dall’India, e nel corso del XIX secolo proprio a causa di scambi commerciali sempre più numerosi, il colera iniziò a diffondersi su gran parte della Terra. Il motivo primo e veicolante delle epidemie va ricercato nella mancanza d’igiene sia privata che pubblica, nell’incapacità da parte delle organizzazioni sanitarie a fronteggiare questo tipo di pestilenze, e inoltre  nell’indicibile povertà aggravata dai rincari delle merci provenienti dalle città infette, le quali erano sottoposte a quarantene. E’ vero che il colera colpiva indistintamente tutte le classi sociali, ma è altresì vero che i più agiati potevano contare su una migliore nutrizione e quindi su uno stato di salute sicuramente diverso dalle persone meno abbienti (che erano la maggioranza) le quali oltre ad essere meno curate e nutrite, vivevano in quartieri malsani. Il documento proposto in quest’articolo denuncia un traffico illecito di merci perpetrato a San Benedetto del Tronto da un gruppo di persone ”notabili” le quali a totale disprezzo delle leggi e della salute dei cittadini (che loro stessi erano stati chiamati a proteggere), contribuirono a trasmettere il colera.

Ecco il documento originale dall’Archivio di Stato di Ascoli Piceno

DELEGAZIONE APOSTOLICA – PROTOCOLLO SEGRETO Busta X fascicolo VIII A.S.A.

Molti S. Benedettesi Delegazione di Ascoli, i quali hanno risentito i cattivi effetti del morbo asiatico che per due stagioni degli anni 1854 e 1855 ha afflitto quella spiaggia non possono ristarsi dal far conoscere al Superiore Governo quanto è di (…) onde sia provveduto una volta alle cause, che hanno prodotto tale malore.                                                                    Esiste in S. Benedetto una società di commercio composta dai primi del paese che le cariche pubbliche occupano, la quale ha per capo il farmacista Giuseppe Leti, quale nella notte del 3 Dicembre 1854 a mezzo di costui faceva eseguire in prossimità del fosso dell’Albero e precisamente in poca distanza dal casotto Sanitario uno sbarco di merci estere, alla vista di che quegli Impiegati abbandonando la spiaggia si ritiravano nel casotto medesimo chiudendo la porta. Lo sbarco si eseguiva dai marinari Filippo Merlini detto Frignì, Antonio del Zompo, Salvatore ed Emidio Ricci detti Sicchè, e Filippo Ricci detto Fisichè, ed il trasporto delle merci facevasi verso il posto di S. Lucia depositandole nella colonia del Leti lavorata da Luigi Bollettini, i facchini a tale trasporto sono Michele del Zompo, Caporale Pietro De Angelis, Nicola Ricci detto Sicchè, Francesco Cameli, Nicola del Zompo, Antonio Ricci detto (…), e Saverio Ricci figlio, Emidio Voltattorni detto Melè e Figlio, Salvatore Ricci, Natale Ricci e varj altri. Di tale merci una porzione fu messa sotto terra nell’indicata Colonia una porzione nella casa colonica e una maggior porzione fu posta a ridosso di un muro, e coperta cogli oggetti che servono per difendere le spalliere di agrumi, quindi fu portata in casa del Leti in quantità, e condotta in Ascoli per altra quantità dall’altro socio Giovanni Feliziani coll’intelligenza ed ajuto in allora del Direttore di Polizia Vigna. Avvertita la Finanza non poté fare a meno di andare in casa del Leti, ma questi avutane preventivo avviso locò tutto il contrabando nell’attigua casa di Antonio Lagalla, e nel negozio del coosocio Camillo Feliziani. Nel dì susseguente allo sbarco uno dei facchini per nome Salvatore viene preso dal Colera alla di lui sorte andarono soggetti la sorella, la madre,  ed il padre soprannominato Niti, quindi fu attaccata la contrada di costoro abitazione e si ebbe un numero di 17 in 18 individui attaccati, e di undici decessi come alla relazione esistente in Delegazione di Ascoli.

Volle però la provvidenza Divina che cessasse il morbo, ed i primi a preparare lo sbarco indicato furono Francesco Spalatra, Tommaso Fassetti detto Ulpià, e i fratelli Perfetti che sono attigui coloni col Bollettini, i quali perché parola non facessero nella circostanza ebbero in dono molte e diverse merci sbarcate come riferiva la madre istessa dei Perfetti. Non contenta la perversa società Commerciale dei mali arrecati al Proprio Paese per sordido guadambio si fece lecito il 2 Luglio 1855 di ricevere nelle proprie spiagge all’intelligenza perfetta del consocio Commissario Anelli di notte tempo una Paranzetta proveniente d’Ancona vessata in allora dal Malore, carica di persone che a mezzo di una scialuppa furono poste in terra, i primi dei quali presero alleggio dallo stesso Commissario, e dicesi che fossero Impiegati Sanitarj, et gli altri in casa di Camillo Feliziani membro della società. Il giorno 5 quindi si ebbe il primo caso Colerico in Domenico Badolini per avere riattate (aggiustate) le scarpe ad un profugo Anconitano, il giorno 6 vi furono altri due casi, il 7 cresceva a dismisura, e tra questi morì un giovane marinajo tornato a terra malato per essersi posto a contatto di una lancetta in balia di se stessa incontrata per mare avente a bordo un marinajo estinto pel Colera per aver condotti, e sbarcati Colerici Anconetani a S. Benedetto, la notte, fu tremenda poiché la paranzella molti altri individui mise a terra, che presero alloggio chi da Antonio Santini, chi da Giulio Biondi Detto (Novafavoro) tali individui in buon numero nella sera dell’8 ritrovate nel piazzale di Belvedere da un tal Emidio Piunti il quale avvicinato a quelli per vedere chi erano fu preso da Colera, poco dopo nella propria abitazione morì, come ne morirono Pietro De Angelis, ed Emidio Palestini detto Mulè facchini che avevano ajutato lo sbarco dei Profughi Anconetani, e così si propagò in tutti gli altri che abitavano quella Contrada che erano persone addette a quello sbarco.

Si principiò dalla popolazione a tener d’occhio a tutto sopraffatto dallo spavento, e si osservava che i generi commestibili in quantità molto maggiore dell’ordinario si trasportavano presso il Commissario Anelli, e Feliciani per cui nacque tumulto, e ad evitare qualche sinistro fu preso di ritirare tutte le Paranze a terra, onde così liberamente fare l’imbarco dei miseri residuali profughi avendo a quelli anche dei morti non essendo possibile la tumulazione, e solo lasciando qui pochi convalescenti incapaci di essere trasportati. I marinari Filippo Merlini, Domenico del Zompo detto Grassò, Giovanni Palestini detto Piccinino(?), Fortunato Illuminati detto Cinò(?),Domenico Palestini detto Melena(?), Francesco Chiodi detto Pallè, Giuseppe Antonio Rossetti, Domenico Rè e Giuseppe Malatesta detto Morè possono essere testimoni perché ne facevano il trasporto. Pietro Paci detto Bacò, ed il figlio di Simone Rossetti nel mentre che i morti legati entro un sacco Trasportavano nella spiaggia per l’imbarco, s’incontravano con la moglie di Tommaso Bracaletti che vedendo i piedi fuori dal sacco ebbe tanto spavento che presa immediatamente da Colera se moriva come essa nei dolori della morte confessava a Giuseppe Merlini e di lui moglie, però la fatalità volle che anche il detto Rossetti nel di seguente se ne morisse.

Incontro alla casa di Camillo Felicioni nell’albor di un di festa mentre Domenica Moglie di Pacifico Bracaletti andava a messa unitamente ad altri molti trovò nell’angolo della chiesa rimpetto alla casa Feliciani di proprietà Guidi la spoglia di un uomo, cioè soprabito, pantaloni galot(?), e tutto altro di qualità sopraffina che si suppose appartenere a persona agiata morta in casa del Feliciani, e che sia così si può desumere da quanto appresso. Il Padre Ferdinando Agostiniano Scalzo di Acquaviva trovavasi ad assistere in S. Benedetto a miseri infermi, ed avendo questi raccolte il numero dei trapassati delle liste dei Porrochi nelle giornate dal 14 al 15 Agosto che ascendeva al n° di 29. senti asserirsi dal Deputato del Cemeterio ,che i morti furono 36 sicchè furono un aumento di morti N°7 che unitamente non potevano essere che estrani, e tale fondata opinione viene confermata dai litigi avvenuti fra i Becchini Bartolomeo Spaletra, Ubaldo Gezzi e Luigi Pompei che preso a questionare fra di loro per la divisione, fatto che ai medesimi pagavasi.

Quali fossero le erogazioni delle molte elemosine elargite da distinti personaggi è meglio tacerlo, il Priore Comunale, ed il Farmacista Leti ne fecero uso a proprio comodo e vantaggio, e se non era la carità somma di Emidio Neroni che correva a soccorrere il misero colle parole, e colle opere, e che seco asportava puranche i caritatevoli sussidj che civilmente chiedeva oltre quelli che del suo somministrava, chi sa se alcuno avrebbe avuto nulla. I limoni acquistati per i poveri, il riso e tutt’altro si contrattarono in rivendita a Giuseppe Cornacchia e Domenico Sciarra. Non si parla del cambio del vino donato ai poveri da un tale Campanelli di Acquaviva, solo si fa riflettere che la popolazione si era ridotta al minimo per la fuga che aveva fatta dal Paese, e che nelle colline ad aria aperta si era allocata onde fuggire tanto flagello.

Dal fin qui detto chiaro si scorge che la colpa principale di tanti malori è il Commissario Sanitario Aleandro Anelli, il quale tradiva il suo ufficio per proprio interesse con danno di quella Popolazione, che dedita generalmente alla pesca è a lui soggetta, per cui ritiene a viva forza regolata in tutto e per tutto dalla di lui volontà: tradisce questi il proprio Ufficio con continui donativi di pesce che coattivamente riceve, e guai a chi non fa a lui (scelta) porzione della pesca al di cui esempio regolasi il Priore Fante Leandro Palestini il quale ha per tassa imposta a tutti i Paroni una filza di scelto pesce in libre 20: in ogni ricorrenza con la scusa che per obbligo deve mandarlo (marinato) al Magistrato di Ancona.

Non sorprenderà dunque se questi è facente parte della Contrabandiera società mentre senza di questi risortirebbe vano, come vano risorterebbe il nascosto imbarco di rete, e cordaggi ed altri generi che continuamente da Gioacchino Palestini pel Regno di Napoli dirigendoli al Sig. Massei di Giulia Nova, ed a Scardelli di Silvi, e come vano  riuscirebbe qualunque traffico a Ravenna collo stesso Regno di Napoli. Nel finire poi dell’ultimo di Ottobre si rinnovò egualmente altro sbarco col perfetto silenzio del Commissario di Sanità.

Il presente reclamo pertanto è diretto a servire ordinare e decretare un incarto onde conoscere la realtà delle esposte cose per via però straordinaria, e quindi verificate siano applicate le disposizioni di leggi a carico dei Rei mentre ciò lo esigge altamente la giustizia, ed il diritto di vita che ogni cittadino si ha che sia.

Li 31 Dicembre 1855

Al Sig. Delegato Apostolico d’Ascoli perché riservatamente verifichi, ed informi.

Pubblicato su Cimbas n°41/2011 ”Uno sconcertante episodio di violazione delle leggi durante il colera del 1855 a San Benedetto”